Attene legge Majakovskij

“All’amato me stesso

di Vladimir Vladimirovič Majakovskij  – 1916

Vittorio Attene legge: “All’amato me stesso”
di V. Majakivskij

All'amato me stesso

di una letturta di Vittorio Attene

Prefazione

In questo testo Majakovskij ricorre, come nella maggior parte della sua produzione, ad un elevato grado di complessità espressiva. In essa fa emergere tutto il desiderio umano di anelare ad un’autonomia esistenziale. Majakivskij si presenta come un cantore e con voce possente si rivolge punte intellettuali di quella civiltà devastata dalla Prima guerra mondiale. Per lui è un fatto nostalgico di enorme portata. Ne scaturisce una malinconia che lo inquieta: e fatica a liberarsi da questa inquietudine, ma riuscendovi solo a tratti, parzialmente, sostenuto da una lucidissima prosa, elegante nella struttura e acuta nelle metafore, come ad essere in lotta, spesso con successo, contro ogni convenzionalità.

TESTO INTEGRALE

Quattro. Pesanti come un colpo.

“A Cesare quel che è di Cesare, a Dio quel che è di Dio”.

Ma uno come me dove potrà ficcarsi?

Dove mi si è apprestata una tana?

S’io fossi piccolo come il grande oceano,
mi leverei sulla punta dei piedi delle onde con l’alta marea,
accarezzando la luna.

Dove trovare un’amata uguale a me?
Angusto sarebbe il cielo per contenerla!

O s’io fossi povero come un miliardario. Che cos’è il denaro per l’anima?
Un ladro insaziabile s’annida in essa:
all’orda sfrenata di tutti i miei desideri
non basta l’oro di tutte le Californie!

S’io fossi balbuziente come Dante o Petrarca…
Accendere l’anima per una sola, ordinarle coi versi…
Struggersi in cenere.
E le parole e il mio amore sarebbero un arco di trionfo:
pomposamente senza lasciar traccia vi passerebbero sotto
le amanti di tutti i secoli.

O s’io fossi silenzioso, umil tuono… Gemerei stringendo
con un brivido l’intrepido eremo della terra…
Seguiterò a squarciagola con la mia voce immensa.

Le comete torceranno le braccia fiammeggianti,
gettandosi a capofitto dalla malinconia.

Coi raggi degli occhi rosicchierei le notti
s’io fossi appannato come il sole…

Che bisogno ho io d’abbeverare col mio splendore
il grembo dimagrato della terra?

Passerò trascinando il mio enorme amore
in quale notte delirante e malaticcia?

Da quali Golia fui concepito
così grande,
e così inutile?

 

di Vladimir Vladimirovič Majakovskij  – 1916

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